Le microplastiche sono ormai riconosciute come contaminanti emergenti diffusi nell’ambiente e sempre più oggetto di studio anche nel campo della sicurezza alimentare. Una ricerca condotta da ricercatori e ricercatrici dell’INRiM e pubblicata sulla rivista scientifica Journal of Hazardous Materials ha rilevato la presenza di particelle di microplastica nello zucchero raffinato disponibile sul mercato italiano.
Lo studio, intitolato “Hidden pollutants in food: Evidence of small microplastic particles (100–5 µm) in refined sugar from the Italian market”, ha analizzato sei marchi di zucchero bianco, evidenziando una presenza sistematica di microplastiche con una media di circa 300 particelle per grammo di prodotto.
“Nel lavoro abbiamo riscontrato la presenza sistematica di microplastiche nello zucchero raffinato analizzato sul mercato italiano, con una media di circa 300 particelle per grammo. Considerando che una porzione tipica di consumo è di circa 5 grammi, quindi pari a un cucchiaino o a una bustina, questo dato permette di stimare l’ordine di grandezza dell’esposizione associata a un gesto quotidiano”, spiega Andrea Giovannozzi, Primo Ricercatore dell’INRiM.
Un elemento particolarmente significativo riguarda la dimensione delle particelle individuate: circa il 90% delle microplastiche rilevate è inferiore ai 20 micrometri, con una prevalenza nella fascia 5–10 micrometri, difficilmente rilevabile con metodologie analitiche meno sensibili ma potenzialmente rilevante per l’esposizione umana. Tra i polimeri identificati, il PVC è risultato il più abbondante, un dato di interesse anche per le possibili implicazioni tossicologiche associate a questo materiale, soggetto nell’UE a limiti molto stringenti per la migrazione del monomero di cloruro di vinile, riconosciuto come cancerogeno.
Lo studio, realizzato nell’ambito del progetto europeo PlasticTrace, coordinato dall’INRiM, introduce infatti un approccio metodologico rigoroso e affidabile che combina spettroscopia Raman e spettroscopia infrarossa, permettendo di identificare particelle fino a 5 micrometri senza ricorrere a processi di digestione chimica del campione.
In un contesto in cui l’esposizione alle microplastiche è sempre più diffusa, la disponibilità di dati analitici affidabili anche per le particelle più piccole, spesso non considerate nei sistemi di monitoraggio, rappresenta un elemento chiave per migliorare la valutazione dell’esposizione e orientare lo sviluppo di metodi standardizzati e future decisioni normative.